Buone notizie per i dirigenti che siano in pari tempo membri con compenso nei CdA di altre società del Gruppo

Buone notizie per i dirigenti che siano in pari tempo nominati membri con compenso nei consigli di amministrazione di altre società del Gruppo

A cura di Jacopo Moretti

La Corte di Cassazione con sentenza n. 16636, depositata in data 1 ottobre 2012, ha affermato che i compensi percepiti dal lavoratore subordinato per le cariche dallo stesso ricoperte come amministratore di altre società del gruppo, pur trattandosi di somme materialmente erogate da un soggetto diverso dal datore di lavoro, entrano a far parte della retribuzione se la loro corresponsione è causalmente collegata al rapporto di lavoro subordinato.

La fattispecie sottoposta al vaglio del Supremo Collegio riguardava il caso di un dirigente il cui compenso era costituito da quanto previsto dal CCNL per i dirigenti delle imprese industriali, ma era stato, altresì, convenuto un sistema di integrazione della retribuzione (usato per la generalità dei dirigenti dell’azienda) sotto forma di emolumenti connessi alle cariche attribuitegli quale amministratore delle società del gruppo, con corrispettivi che venivano erogati indipendentemente dalla sua partecipazione alle riunioni dei consigli di amministrazione di tali società o dallo svolgimento di altri incarichi (ad esempio di liquidatore).

Il dirigente aveva promosso causa nei confronti del proprio datore di lavoro, chiedendo che i predetti emolumenti venissero computati nella retribuzione ordinaria, anche ai fini dell’incidenza degli stessi sul TFR. La prospettazione del dirigente veniva accolta sia nel giudizio di primo grado che in quello di appello. Il datore di lavoro ha proposto, quindi, ricorso per cassazione, che è stato rigettato dalla Corte.

Il Supremo Collegio, infatti, ha confermato la natura retributiva degli emolumenti per le cariche sociali percepiti dal dirigente, sulla scorta del principio secondo cui rientra nella nozione di retribuzione qualsiasi utilità economicamente valutabile corrisposta al dipendente che provenga soggettivamente dal datore di lavoro se, sotto il profilo oggettivo o causale, sia collegata al rapporto di lavoro e ricevuta in dipendenza dello stesso, non rilevando il fatto che le somme siano materialmente erogate da soggetto diverso del datore di lavoro (cfr. Cass. 24 novembre 2004, n. 22165).

Pertanto, qualora l’attribuzione patrimoniale costituisca la prestazione di un contratto diverso da quello di lavoro, il giudice di merito deve accertare se tale contratto costituisca lo strumento per conseguire il risultato pratico di arricchire il patrimonio del lavoratore in correlazione con lo svolgimento del rapporto di lavoro subordinato (cfr. Cass. 23 marzo 2001, n. 4262).

 

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