Una telefonata allunga la vita… e anche il rapporto di lavoro

A cura di Jacopo Moretti

Con recente sentenza del 1 ottobre 2012 n. 16662 la Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi sul tema del controllo a distanza dei lavoratori, dichiarando illegittimo il licenziamento di un lavoratore che effettuava telefonate personali durante l’orario di lavoro.

Ciò in quanto il datore aveva riscontrato l’illecito disciplinare del dipendente utilizzando un sistema informatico che aveva installato senza osservare la procedura di cui all’art. 4 St. Lav.

Nel caso di specie, a seguito di accertamenti compiuti con il sistema informatico Bluès 2002, al dipendente in questione era stato contestato, quale operatore telefonico di centrale di prima assistenza stradale e automobilistica, di aver intrattenuto, in un arco temporale di tre mesi, contatti telefonici inferiori a 15 secondi (tempo non sufficiente per sentire le richieste degli utenti e rispondere) e di aver effettuato 136 telefonate personali.

Il dipendente impugnava il licenziamento lamentando la violazione dell’art. 4 St. Lav.. La Società si difendeva sostenendo la legittimità degli accertamenti compiuti, nonostante il fatto che il sistema informatico utilizzato consentisse un controllo a distanza sull’attività lavorativa e fosse installato in assenza di accordo con le OO.SS. o autorizzazione dell’Ispettore del lavoro, sull’assunto che si trattava di controllo difensivo, in quanto tale sottratto all’ambito di applicazione del citato art. 4.

In entrambi i gradi di giudizio di merito le doglianze del lavoratore venivano respinte.

Di tutt’altro avviso è stato, invece, il Supremo Collegio, che ha ribadito il principio secondo cui il divieto di controlli a distanza ex art. 4 St. Lav. implica che i controlli difensivi posti in essere con sistemi informatici ricadono nell’ambito del comma 2 di tale norma e, fermo restando il rispetto delle garanzie procedurali previste, non possono impingere la sfera lavorativa dei singoli prestatori. Qualora, invero, vi siano interferenze con la predetta sfera lavorativa e non siano adottati dal datore di lavoro sistemi idonei a non consentire di risalire alla identità del lavoratore, i dati in tal modo acquisiti non possono essere utilizzati per provare l’inadempimento del lavoratore medesimo.

La pronuncia della Corte di Cassazione si inserisce in un quadro normativo e giurisprudenziale controverso.

Come noto, l’art. 4, commi 1 e 2, dello St. Lav. stabilisce il divieto di apparecchiature di controllo a distanza e subordina ad accordo con le r.s.a., o a specifiche disposizioni dell’Ispettorato del lavoro l’installazione di quelle apparecchiature rese necessarie da esigenze organizzative e produttive ovvero dalla sicurezza del lavoro, ma dalle quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori.

Le richiamate disposizioni fanno parte di quella complessa normativa diretta a regolamentare le manifestazioni del potere organizzativo e direttivo del datore di lavoro che, per le modalità di attuazione incidenti nella sfera della persona, si ritengono lesive della dignità e della riservatezza del lavoratore.

La garanzia procedurale prevista per impianti ed apparecchiature ricollegabili ad esigenze produttive contempera l’esigenza di tutela del diritto dei lavoratori a non essere controllati a distanza e quello del datore di lavoro o, se si vuole, della stessa collettività, relativamente alla organizzazione, produzione e sicurezza del lavoro, individuando una precisa procedura esecutiva e gli stessi soggetti ad essa partecipi (Cass., n. 15982 del 2007).

La possibilità di effettuare tali controlli incontra un limite nel diritto alla riservatezza del dipendente, tanto che anche l’esigenza di evitare condotte illecite dei dipendenti non può assumere portata tale da giustificare un sostanziale annullamento di ogni forma di garanzia della dignità e riservatezza del lavoratore (cfr. Cass. n. 4375/2010).

La giurisprudenza di legittimità è intervenuta più volte sull’applicazione di detta disposizione, modificando il proprio iniziale orientamento e affermando i seguenti principi di diritto.

Con sentenza n. 4746/2002 il Supremo Collegio ha statuito che, ai fini dell’operatività del divieto di utilizzo di apparecchiature per il controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, era necessario che il controllo riguardasse (direttamente o indirettamente) l’attività lavorativa, mentre dovevano ritenersi certamente fuori dell’ambito di applicazione della norma i controlli diretti ad accertare condotte illecite del lavoratore, c.d. controlli difensivi.

Tale giurisprudenza, dunque, escludeva i c.d. controlli difensivi dall’ambito di applicazione dell’art. 4, comma 2.

Con la successiva pronuncia n. 15892/2007, volta a sostanziare l’effettività del divieto di cui all’art. 4, comma 1, cit., la Corte di Cassazione ha, poi, affermato che il riferimento all’attività lavorativa, oggetto della fattispecie astratta, non riguardava solo le modalità del suo svolgimento, ma anche il quantum della prestazione, il controllo sull’orario di lavoro, risolvendosi in un accertamento circa quantità di lavoro svolto.

Il Supremo Collegio ha, quindi, statuito, correggendo l’impostazione sopra richiamata di Cass. n. 4746/2002, che riteneva in ogni caso legittimi i c.d.controlli difensivi, che l’insopprimibile esigenza di evitare condotte illecite da parte dei dipendenti non può assumere portata tale da giustificare un sostanziale annullamento di ogni forma di garanzia della dignità e riservatezza del lavoratore (Cass. 15982/2007).

Da ultimo la Corte di Cassazione ha affermato che, in tema di controllo del lavoratore, le garanzie procedurali imposte dall’art. 4, comma 2, St. Lav. (espressamente richiamato anche dal D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 114 e non modificato dalla L. n. 547 del 1993, art. 4, che ha introdotto il reato di cui all’art. 615-ter c.p.) per l’installazione di impianti ed apparecchiature di controllo richiesti da esigenze organizzative e produttive ovvero dalla sicurezza del lavoro, ma dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, trovano applicazione anche ai controlli c.d. difensivi, ovverosia a quei controlli diretti ad accertare comportamenti illeciti dei lavoratori, quando tali comportamenti riguardino l’esatto adempimento delle obbligazioni discendenti dal rapporto di lavoro e non la tutela dei beni estranei al rapporto stesso (cfr. Cass. n. 2722/2012 e 4375/2010).

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