Il rigore probatorio nell’azione di rivendica e nell’azione di accertamento della proprietà

Cassazione

(Corte d’Appello di Venezia,  sentenza n. 623, 20 marzo 2013)

Una Società, asserendo di essere proprietaria di un terreno conveniva in giudizio l’amministrazione comunale a cui tali terreni risultavano catastalmente intestati, affinché il Tribunale dichiarasse la piena ed esclusiva proprietà in suo favore dei mappali in contestazione, con la condanna dell’amministrazione pubblica a rilasciare liberi da ogni cosa e persona i mappali oggetto di causa. Istruita la causa, il Giudice di prime cure rigettava le pretese di parte attrice, in quanto non riteneva raggiunta la prova che i mappali trasferiti alla Società attrice, con un procedimento ablativo, fossero quelli oggetto di causa.

Avverso la sentenza di primo grado la Società proponeva appello sostenendo che il Giudice avesse errato nel valutare i fatti di causa e che, inoltre, avesse erroneamente qualificato l’azione proposta come azione di rivendica. L’appellante, infatti, sosteneva che l’azione proposta fosse di mero accertamento della proprietà e che, pertanto, vi fosse un onere della prova meno rigoroso.

Nella fattispecie in esame l’attrice ha chiesto l’accertamento del proprio preteso diritto di proprietà sull’area in questione, al fine di ottenerne il rilascio. Pertanto, la Corte d’Appello ha correttamente confermato che l’attore avesse formulato una domanda rientrante nella fattispecie ex art. 948 cod. civ. (azione di rivendicazione).

Peraltro, la Corte d’Appello ha rilevato che, anche qualora l’azione fosse stata qualificata come di mero accertamento della proprietà, l’appellante, non essendo nel possesso dei terreni oggetto di causa, avrebbe comunque  avuto l’onere di offrire la stessa prova rigorosa per la rivendica. La giurisprudenza, infatti, riconosce un’attenuazione del rigore probatorio in caso di accertamento della proprietà se l’azione è proposta da colui che sia nel possesso del bene e alla luce della presunzione di legittimità del possesso.

Di conseguenza, l’appellante aveva l’onere di dimostrare in modo rigoroso che l’area in contestazione fosse compresa nel procedimento ablativo per cui alla medesima Società erano stati trasferiti alcuni terreni. Tuttavia, dalle dichiarazioni testimoniali, dai certificati catastali esaminati dal CTU e dalla documentazione agli atti non è emersa la prova rigorosa del dedotto diritto di proprietà sull’area in questione e, del resto, l’attrice non ha nemmeno provato di aver posseduto il compendio per il periodo utile all’usucapione.

In conclusione, dunque, la Corte d’Appello ha confermato la sentenza di primo grado.

Causa seguita da Carlo Uccella e Giovanna Vaglio Bianco

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