Licenziato, ha atteso quasi 2 anni prima di depositare il ricorso: il risarcimento va ridotto

Cassazione

Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Brescia, con sentenza 26 ottobre 2012.

Partendo dal principio ex art. 1227 cod. civ., secondo cui non spetta il risarcimento per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando lordinaria diligenza, la Corte ha affermato che, nel concetto di diligenza, rientra anche la tempestività nel far valere la propria pretesa in giudizio.

Applicando tale principio al rapporto di lavoro, il dipendente illegittimamente licenziato non ha diritto al risarcimento del danno, pari alle retribuzioni perdute, per il periodo in cui è rimasto senza ragione inerte, prima di depositare il ricorso.

Nel caso in commento, sono decorsi 20 mesi dall’interruzione del rapporto a quella di deposito del ricorso. Accertata l’illegittimità del recesso aziendale, la Corte ha ritenuto eccessivo tale intervallo di tempo e ha ridotto il risarcimento del danno, riconoscendo al dipendente solo il 50% delle retribuzioni perdute (10 mensilità), fermo il diritto alla reintegrazione e al pagamento delle retribuzioni maturate in pendenza del giudizio.

La Corte ha, però, evidenziato che l’azienda ha l’obbligo di versare integralmente i contributi previdenziali, dalla data del licenziamento a quella di riammissione in servizio, anche per il periodo in relazione al quale è stato escluso il diritto al pagamento delle retribuzioni.

Da notare che la Corte, pur applicando il “vecchio” art. 18 St. Lav., ha adottato una soluzione di equità che tiene conto della successiva evoluzione normativa: del “Collegato Lavoro” 2010, che ha imposto al lavoratore un termine di decadenza per il deposito del ricorso; e della recente “riforma Fornero”, che ha limitato a 12 mensilità il risarcimento del danno in ipotesi di reintegrazione, pur riconoscendo al lavoratore il diritto al versamento dei contributi per tutto il periodo di estromissione dal posto di lavoro.

(Causa curata da Tommaso Targa)

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