Nuovo rito sommario civile: l’ordinanza conclusiva del procedimento è appellabile…

Cassazione

Nuovo rito sommario civile: l’ordinanza conclusiva del procedimento è appellabile… anche se di rigetto

Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Milano, con sentenza del 14 marzo 2013.

Le norme sul procedimento sommario di cognizione e sul relativo appello, introdotte dalla l. 69/2009, non sono chiare. L’art. 702 quater c.p.c. prevede testualmente il passaggio in giudicato, in mancanza di impugnazione, delle ordinanze pronunciate ai sensi del sesto comma dell’art. 702 ter c.p.c., ove si legge che “l’ordinanza è provvisoriamente esecutiva e costituisce titolo per l’iscrizione di ipoteca giudiziale e per la trascrizione”. Dunque, la norma in questione sembra consentire l’appello dell’ordinanza, solo in caso di accoglimento del ricorso.

Facendo leva sul dato letterale, secondo un primo orientamento, seguito dalla Corte d’Appello di Roma (nelle sentenze del 11 maggio 2011 e del 7 marzo 2012), l’ordinanza di rigetto non sarebbe appellabile perché non rientra tra quelle pronunciate ai sensi del sesto comma dell’art. 702 ter c.p.c. (che, come visto, è richiamato dall’art. 702 quater c.p.c.). Il ricorrente che si vede respingere le proprie domande, secondo questa tesi, potrebbe riproporle in primo grado senza avere la possibilità di impugnare l’ordinanza negativa, che non passerebbe in giudicato.

La prevalente dottrina ha, invece, suggerito una interpretazione estensiva delle norme, secondo cui sarebbe consentito l’appello anche dell’ordinanza di rigetto.

La pronuncia in commento, aderendo a quest’ultimo orientamento, ha ritenuto che “di fronte ad alcuni dubbi interpretativi sul rapporto tra il testo dell’art. 702 quater cpc e quello del sesto comma dell’articolo precedente in tema di ammissibilità dell’appello avverso ordinanza di rigetto emessa ex art. 702 bis e ter cpc, questa Corte ritiene preferibile l’opzione affermativa, quale quella che meglio soddisfa esigenze di equilibrio sistematico e pienezza del diritto di difesa”.

Causa seguita da Vittorio Provera e Carlo Uccella

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