Patologia tumorale e rapporto di lavoro: quando il datore di lavoro ne risponde

Cassazione

Patologia tumorale e rapporto di lavoro: quando il datore di lavoro ne risponde

(Corte d’Appello di Brescia, 6 ottobre  2012)

La Corte d’Appello di Brescia ha confermato la sentenza di primo grado – impugnata dal lavoratore affetto da mesotelioma pleurico – con la quale era stata rigettata la domanda da quest’ultimo proposta solo nei confronti dell’ultimo datore di lavoro, volta ad ottenere il risarcimento dei danni conseguenti all’aver contratto detta patologia, asseritamente causata dall’esposizione ad amianto  subita svolgendo mansioni presso la centrale elettrica della società convenuta.

I Giudici di secondo grado hanno evidenziato la correttezza della pronuncia impugnata, la quale – anziché aderire ad una o all’altra delle due tesi scientifiche prevalenti  in letteratura medica (ovvero, la c.d. teoria “dose indipendente” secondo cui una volta che la “trigger dose” è stata inalata, l’insorgenza della malattia è prevedibile/certa e non viene quindi influenzata dalle esposizioni successive o la c.d. teoria “multistadio” in base alla quale  il rischio di mesotelioma aumenta con l’aumentare sia dell’intensità che della durata dell’esposizione) – ha fatto proprie le conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio espletata, che ha svolto un’analisi in concreto dell’entità dell’esposizione subita dal ricorrente nelle diverse fasi lavorative.

In tale contesto, il consulente tecnico d’ufficio è giunto alla conclusione di escludere un effetto accelerante al periodo di attività svolto presso la società convenuta nei primi anni ’60, in quanto la relativa esposizione ad amianto è stata accertata come “non rilevante”, tenuto conto, tra l’altro, delle specifiche mansioni assegnate al lavoratore, prevalentemente di piccola manutenzione, con operazioni saltuarie.

Per contro, la Corte d’Appello ha ritenuto, con elevato grado di probabilità, che l’esposizione ad amianto subita dal lavoratore quale macchinista navale nel periodo tra il 1949 e il 1956, fosse l’unica causa efficiente del verificarsi della malattia. Ciò anche in quanto costituisce un fatto noto nella letteratura scientifica la circostanza che nei cantieri navali è stato fatto massiccio e diffuso uso di amianto e che le mansioni di macchinista navale venivano svolte in ambienti in cui era diffusamente presente tale materiale (ambienti, peraltro, confinati e privi di aerazione naturale e soggetti a vibrazioni, con conseguente incremento dell’esposizione nociva).

Da ultimo, si evidenzia che la perizia in atti ha sottolineato che, quantomeno sino alla fine degli anni ‘80, la legislazione della maggior parte dei Paesi industrializzati ha considerato l’amianto non già una sostanza il cui utilizzo industriale era proibito tout court a causa degli effetti nocivi per la salute dell’uomo, bensì una sostanza il cui utilizzo era pienamente lecito, purché ricondotto entro “limiti di polverosità” (“concentrazione di fibre”) negli ambienti di lavoro, ritenuti accettabili (cioè non nocivi per la salute dell’uomo); premesso ciò, nel caso specifico, non era emerso un problema di polverosità degli ambienti di lavoro e, pertanto, non è stata ritenuta necessaria l’adozione di misure preventive atte a contenere la polverosità dell’ambiente di lavoro.

 (Causa curata da Vittorio Provera e Marta Filadoro)

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