
Il podcast che esplora il mondo del lavoro attraverso le lenti del diritto. A cura degli Avvocati Stefano Trifirò, Mariapaola Rovetta Arici e Jacopo Moretti – Trifirò & Partners Avvocati
Il dirigente tra esecutore e motore del cambiamento aziendale: profili di responsabilità e nuove competenze
La figura del dirigente aziendale è da tempo al centro di un’evoluzione normativa e giurisprudenziale che ne ridefinisce il ruolo ben oltre la tradizionale funzione esecutiva. Non è più sufficiente limitarsi ad applicare direttive provenienti dall’alto: il dirigente è oggi chiamato a essere motore del cambiamento, garante della legalità organizzativa e soggetto attivo nei processi di compliance e governance.
L’inerzia come inadempimento: l’orientamento della Cassazione
La Corte di Cassazione ha affermato in più occasioni che, per configurare l’inadempimento del dirigente, non è necessario un comportamento commissivo: è sufficiente l’inerzia, ossia la mancata attivazione di condotte dovute. Tale impostazione si fonda sull’idea che il dirigente, per la posizione di autonomia e responsabilità che occupa, non possa restare passivo di fronte a criticità organizzative, disfunzioni o violazioni interne.
In altre parole, il “non fare” diventa esso stesso fonte di responsabilità, perché denota una violazione del dovere di collaborazione leale e proattiva nella gestione aziendale.
Strategia, processi e compliance: il contributo attivo del management
Le imprese che funzionano e crescono sono quelle in cui i dirigenti contribuiscono alla definizione di strategie e processi, integrando la visione operativa con quella organizzativa e di controllo.
L’obiettivo non è solo evitare condotte in concorrenza o contrarie agli interessi dell’impresa, ma anche garantire il rispetto delle regole interne, delle procedure di compliance e dei modelli organizzativi.
La collaborazione attiva nei processi di controllo interno e nella gestione del rischio non è un optional, ma una componente essenziale della responsabilità dirigenziale moderna.
Il Modello 231 e il principio di effettività
Ai sensi del D.Lgs. 231/2001, il modello organizzativo e di gestione dell’impresa “vive” solo se i dirigenti lo attuano concretamente. Il sistema di prevenzione dei reati non può ridursi a una struttura formale: richiede un impegno effettivo e continuativo da parte del management.
Analogamente, nel campo della sicurezza sul lavoro, il D.Lgs. 81/2008 attribuisce al dirigente una posizione di garanzia in base al principio di effettività: ciò che conta non è la qualifica formale, ma l’esercizio reale di poteri organizzativi, direttivi e di controllo.
Verso un nuovo paradigma di leadership
In questo scenario, il dirigente è chiamato a sviluppare nuove competenze giuridiche, organizzative e relazionali. Non più solo gestore di risorse o intermediario gerarchico, ma garante giuridico del corretto funzionamento dell’impresa e agente del cambiamento capace di coniugare efficienza, etica e conformità normativa.
La responsabilità dirigenziale si arricchisce così di una dimensione valoriale: l’obbligo di “esserci”, di assumere decisioni, di promuovere comportamenti virtuosi e di attuare modelli di organizzazione effettivamente efficaci.
Il dirigente del futuro — e sempre più del presente — non è un semplice esecutore, ma un soggetto chiamato a rendere viva la legalità d’impresa, a partecipare attivamente ai processi di governance e a prevenire le criticità. In un contesto normativo che premia l’effettività e sanziona l’inerzia, il suo ruolo si trasforma: da funzione di comando a funzione di garanzia e innovazione.
