Social. Il dilemma della privacy: «debutta il manager dei dati»

Social. Il dilemma della privacy: «debutta il manager dei dati»

Social. Il dilemma della privacy: «debutta il manager dei dati»

In pochi sanno che un lavoratore ha la possibilità di vietare all’azienda di andare a “ficcare il naso” sui propri profili dei vari social network.

Durante i colloqui di lavoro, è sempre più frequente imbattersi in aziende che utilizzano proprio i profili di Linkedin e Facebook di potenziali candidati per farsi un’idea della persona che gli interessa assumere. “Consultando le pagine social, le aziende vogliono in qualche modo verificare le competenze, ma anche assumere informazioni precise sul candidato – spiega l’avvocato Stefano Trifirò della Trifirò & Partners.

“In Italia però, a differenza di altri paesi, queste indagini sono vietate dall’art. 8 dello Statuto dei Lavoratori, secondo cui non è ammesso raccogliere a fini dell’assunzione e nel corso del rapporto di lavoro, opinioni religiose, politiche e sindacali del lavoratore”. Onde evitare di trovarsi in spiacevoli controversie, il consiglio degli esperti legali è quello di spendere del proprio tempo a curare la propria web and social reputation, ovvero tutto quell’insieme di informazioni, giudizi e commenti che il web riferisce alla persona o all’azienda in questione.

Fino a qualche anno fa erano pochissime le imprese che necessitavano di professionisti per la gestione della propria reputazione on line, ma con la diffusione dei social network interventi di monitoraggio e pulizia sono sempre più richiesti. Grazie poi a tablet o smartphone criticare, offendere e diffamare un’azienda e i suoi prodotti anche in forma anonima è facilissimo. A far chiarezza ci ha pensato “il Garante della privacy che di recente ha vietato l’utilizzo delle catalogazioni d’ informazioni prese dal web attraverso un software che elabora questi dati personali”, aggiunge Trifirò. Un’altra data importante sarà “maggio 2017, quando entrerà in vigore il Regolamento UE 2016/679 relativo alla privacy. Secondo la norma, le aziende con uno stabilimento in Europa, dovranno avere un “responsabile e/o incaricato del trattamento dei dati”, meglio noto come Dpo (“Data Protection Officer”).

Il Dpo potrà essere un dipendente o collaboratore della società, e avrà compiti ben precisi come informare i dipendenti in merito ai diritti/obblighi della Legge Privacy, verificare l’attuazione della normativa, sorvegliare i dipendenti e fungere da punto di contatto con il Garante per la protezione dei dati personali”, aggiunge il giuslavorista. Le imprese invece, escluse quelle con meno di 250 dipendenti, dovranno “tenere un ‘registro delle attività di trattamento’, in particolare sui trattamenti di dati personali tramite software su larga scala di categorie di lavoratori”.

Nel caso in cui gli imprenditori non si dovessero adeguare alle nuove norme, “le sanzioni sono gravissime: “arrivano a 20 milioni di euro e fino al 4% del fatturato mondiale totale annuo dell’azienda, con la possibilità per ciascuno Stato di adottare anche altri tipi di sanzioni”.

intervista stefano trifiro febbraio 2017

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