Sostanze stupefacenti – spaccio

Sostanze stupefacenti – spaccio

A cura di Francesco Chiarelli

Nella causa in questione è stata confermata la legittimità del licenziamento intimato ad un dipendente da una Società, assistita dallo Studio. In sintesi, qui di seguito i fatti.
Tra le diverse attività svolte dalla Società vi era anche quella di distruggere, sulla base di provvedimenti emanati dall’Autorità Giudiziaria, corpi di reato sottoposti a sequestro, tra cui sostanze stupefacenti.
A seguito di sospette attività di sottrazione di sostanze stupefacenti da parte di alcuni dipendenti che, nell’esercizio delle proprie mansioni, avrebbero dovuto, invece, distruggerle, la Procura della Repubblica territorialmente competente avviava delle indagini.
Nel corso di un controllo stradale, apparentemente casuale, da parte delle Forze dell’Ordine, uno di questi dipendenti veniva trovato in possesso di quantitativi di sostanze stupefacenti; tali sostanze risultavano essere una parte di quelle che avrebbero dovuto già essere distrutte e, sempre nell’ambito delle indagini in corso, il lavoratore veniva posto agli arresti domiciliari.
La Società, appreso quanto sopra grazie alla notifica di un decreto di perquisizione da parte della Procura, depositava tempestivamente atto di nomina quale persona offesa potendo così accendere al fascicolo penale; dopo aver acquisito ed esaminato la copiosa documentazione, tra cui relazioni di P.G, intercettazioni telefoniche ecc., la Società avviava il procedimento disciplinare che portava al licenziamento per giusta causa del lavoratore in questione.
Il lavoratore impugnava il licenziamento sostenendo, tra l’altro, che, dalla documentazione del procedimento penale, non risultava la commissione dei fatti che avevano portato al licenziamento e che, in ogni caso, il recesso doveva considerarsi illegittimo perché, nel procedimento penale, non vi era stata sentenza di condanna ma era stata, invece, disposta la sua messa alla prova.
La Società si costituiva in giudizio contestando il tutto e il Tribunale del Lavoro, in accoglimento delle argomentazioni difensive della Società, ha rilevato che:
– il provvedimento di messa alla prova non equivale ad una sentenza di assoluzione;
– gli atti del processo penale possono essere utilizzati nel procedimento lavoristico quali prove atipiche;
– i fatti che hanno portato al licenziamento risultano provati dalla documentazione acquisita dal procedimento penale in un contesto in cui, peraltro, il lavoratore, da un lato, non ha negato di essere stato trovato in possesso delle predette sostanze stupefacenti e, dall’altro, non ha fornito alcuna ragionevole spiegazione alternativa alla destinazione allo spaccio della sostanza stupefacente che gli è stata sequestrata.
In conclusione, i fatti di cui sopra sono stati ritenuti di gravità tale da compromettere irreparabilmente il vincolo fiduciario ed idonei a legittimare il recesso per giusta causa da parte della Società.
Il Lavoratore è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali in favore della Società.

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