Habemus Papam!

Habemus Papam!

A cura della Redazione Biblioteca

«Ho pensato di prendere il nome di Leone XIV. Diverse sono le ragioni, però principalmente perché il Papa Leone XIII, con la storica enciclica Rerum Novarum, affrontò la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale; e oggi la Chiesa offre a tutti il suo patrimonio di dottrina sociale per rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro». Con queste parole il Papa, eletto quasi con un plebiscito, ha motivato la scelta del suo nome, mettendo subito in luce la prospettiva del suo pontificato: la consapevolezza che la comunità di fedeli (e non) si trova in un passaggio epocale.

La Rerum Novarum venne promulgata da Leone XIII nel 1891. Nella dissolvenza tra la Belle Époque e il “Secolo breve”, la rivoluzione tecnologica e industriale stava portando un enorme cambiamento: nuovi macchinari, germinali esperimenti di automazione, nuovi schemi nella società e nell’economia. Di fronte a tutto questo, la Chiesa cattolica prendeva per la prima volta una posizione pubblica su una questione sociale.

Leggere anche solo l’incipit di quell’enciclica è sufficiente per capire il riferimento di attualità che Papa Prevost ha voluto imprimere al suo messaggio: «l’ardente brama di novità che da gran tempo ha cominciato ad agitare i popoli, doveva naturalmente dall’ordine politico passare nell’ordine simile dell’economia sociale…». Lavoro, giustizia, tecnologia, economia, società: questi i temi in gioco. Sono ben noti i risvolti politici dell’enciclica, ma una rilettura di quel testo mette in luce come alla fine dell’Ottocento si percepisse chiaramente che una “rivoluzione” era in corso e che vi era la necessità di contenerne o indirizzarne gli effetti.

Proprio come oggi. Del resto, non si dimentichi che res novae, in latino, è un’espressione forte, che identifica un sovvertimento dell’ordine costituito: novitas è la parola che Sallustio usa per indicare la celebre congiura di Catilina contro lo Stato, sventata da Cicerone nel 63 a.C., come egli stesso racconta con dovizia di particolari nelle famose Catilinarie.

Oltre al nome, il Papa ha uno stemma e un motto, che molto raccontano di lui: uno scudo diviso, con il giglio, simbolo di purezza, e un cuore trafitto, che rimanda all’ordine agostiniano (per la prima volta questa iconografia compare nel Rituale di Salamanca, nel 1591, e avrà poi molta fortuna: si veda questo bel sito sul tema). Il simbolo del cuore trafitto risale proprio a un testo di Agostino, spesso citato per la sua spiazzante modernità, vale a dire le Confessioni: una sorta di diario di quel percorso spirituale che portò il giovane rampollo di una famiglia “borghese” della provincia nordafricana del IV secolo a diventare forse il più importante Padre della Chiesa, dopo essere stato battezzato proprio a Milano da Ambrogio nel 387.

Nel IX libro delle Confessioni Agostino ricorda come sia stato toccato in profondità dalla freccia di Dio, che lo ha penetrato dritto al cuore con il suo amore: sagittaveras tu cor meum charitate tua. Dunque, se è vero che Leone XIV si è presentato subito come continuatore di Francesco (che era però gesuita, non dimentichiamolo), si è posto però anche e soprattutto come vero figlio di Sant’Agostino: “pace” è stata la prima parola pronunciata dal balcone la sera dell’8 maggio, “pace” è uno dei temi su cui si è maggiormente sviluppata la riflessione filosofica agostiniana, così importante per gli sviluppi della cosiddetta civiltà “occidentale”. La pace deve essere perseguita con tutte le nostre forze, con la nostra “volontà”; la guerra può essere indotta solo quando inevitabile: pacem habere debet voluntas, bellum necessitas, dice Agostino in una delle sue lettere (epist. 189,6; tutte le opere di Agostino sono peraltro disponibili anche online, su un sito dedicato).

Sandro Botticelli, Sant’Agostino, 1480 ca, Firenze, Chiesa di Ognissanti
Sandro Botticelli, Sant’Agostino, 1480 ca, Firenze, Chiesa di Ognissanti

Ma torniamo al motto: In illo uno unum. L’importanza dell’unità della comunità e della sua guida divina. Il testo è tratto di nuovo da un’opera di Agostino, una di quelle enarrationes, vale a dire spiegazioni, con cui ha illustrato i Salmi, gli antichi testi (inni, canti, preghiere) raccolti nell’omonimo libro dell’Antico Testamento.

Il Salmo in questione è il 127, uno dei “salmi delle ascensioni”, cantati dai pellegrini ebrei durante il loro viaggio a Gerusalemme per le festività di Israele. Quel canto parla dell’importanza di aderire alla guida divina per aspirare alla prosperità e alla salvezza; Agostino lo chiosa con il richiamo all’unità degli uomini. Pace e unità, dunque, sono i pilastri del messaggio più profondo del nuovo Papa. E forse queste le res novae a cui cercare di aspirare per il futuro.

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