La criticità del doppio incarico

La criticità del doppio incarico

Condividiamo l’approfondimento dell’Avv. Stefano Trifirò, pubblicato su Corriere Economia del 13 Aprile.


 

C’è una figura che racconta una delle evoluzioni più significative e meno appariscenti del mondo delle imprese: il dirigente che siede anche nel consiglio di amministrazione.

“Per anni il dirigente è stato un ‘esecutore qualificato’, inserito in una catena gerarchica. Oggi questo schema è saltato: le aziende gli chiedono di contribuire alle scelte strategiche, anticipare i rischi e interpretare scenari complessi”, osserva Stefano Trifirò, cofondatore di Trifirò & Partners.

In questa prospettiva si consolida una tendenza ormai diffusa: il dirigente assume anche una carica societaria, spesso come amministratore. “La scelta, sul piano economico, appare naturale: se è già il motore operativo dell’impresa, è coerente attribuirgli un ruolo formale nella governance e riconoscergli il potere decisionale che di fatto esercita”, spiega l’avvocato. È proprio qui che emergono le criticità.

“Dal punto di vista del business la risposta è semplice: integrazione, velocità decisionale, responsabilizzazione. Sul piano giuridico, però, il quadro si complica sensibilmente”, aggiunge Trifirò. Il nodo riguarda la compatibilità tra due dimensioni apparentemente inconciliabili: “Il potere gestorio entra in tensione con la subordinazione: il diritto del lavoro si fonda sull’assoggettamento al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore, ma il dirigente-amministratore finisce per far parte dell’organo che esercita quel potere”, sottolinea l’avvocato.

La giurisprudenza ha progressivamente abbandonato le soluzioni automatiche. “Se il dirigente-amministratore conserva un’effettiva posizione di subordinazione – magari perché inserito in un CdA collegiale, con deleghe limitate, o comunque soggetto a un controllo – il rapporto di lavoro può sopravvivere”, afferma Trifirò.

Diverso il quadro quando il potere si concentra. “Quando i poteri diventano pieni e il dirigente coincide di fatto con il vertice decisionale – come nel caso dell’amministratore unico – la subordinazione tende a dissolversi, insieme alle tutele lavoristiche”, afferma l’avvocato. Da qui la necessità di una gestione attenta. “Occorre definire con precisione dove termina il rapporto di lavoro e dove inizia la funzione gestoria, insieme a poteri, responsabilità e conseguenze”, avverte Trifirò.

Senza chiarezza, una leva di efficienza può trasformarsi in una trappola giuridica per entrambe le parti: “Per l’impresa, che si espone a contenziosi e incertezze. E per il dirigente, che si trova contemporaneamente forte e vulnerabile: forte nei poteri, ma esposto nelle responsabilità”, conclude l’avvocato.

 

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