Jobs act: per la Corte Costituzionale la tutela reintegratoria deve sempre trovare applicazione in presenza di un licenziamento nullo

Jobs act: per la Corte Costituzionale la tutela reintegratoria deve sempre trovare applicazione in presenza di un licenziamento nullo

A cura di Ivan Cartocci

Con la recente sentenza n. 22 del 22 febbraio 2024, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 2, primo comma, del D. Lgs. 4 marzo 2015, n. 23 (Jobs Act), limitatamente alla parola “espressamente”, nella parte in cui – eccedendo il dato testuale e contraddicendo la ratio legis della legge delegante n. 183/2014 – limita la tutela reintegratoria ai soli licenziamenti viziati da nullità “espressamente” prevista dalla legge.
A tale conclusione la Consulta è giunta all’esito del vaglio di legittimità cui la citata norma è stata sottoposta su iniziativa della Corte di Cassazione, chiamata a decidere sul ricorso avverso la sentenza di appello di condanna del datore di lavoro al pagamento di un’indennità risarcitoria in favore di un autoferrotranviere licenziato/destituito in violazione della procedura disciplinare di cui agli artt. 53 e 54, Allegato A al R.D. 8 gennaio 1931, n. 148 (integrante un’ipotesi di nullità di ordine generale per contrarietà a norma imperativa ai sensi dell’art.1418 cod. civ.).
Infatti, la Corte rimettente, con riferimento all’art. 76 della Costituzione, aveva ravvisato nella forzata applicazione, operata dai giudici di secondo grado, della tutela indennitaria prevista dall’art. 3 dello stesso D.Lgs. n. 23/2015 ad un caso di nullità non espressa, la conseguenza dell’(incostituzionale) eccesso di delega della censurata norma rispetto all’art. 1, comma 7, lettera c) della legge delegante n. 183 del 2014 che, nel delineare i confini della tutela reale per i lavoratori subordinati assunti dopo il 7 marzo 2015, dispone il diritto alla reintegrazione per i licenziamenti nulli e discriminatori e per le specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato, senza l’ulteriore limitazione ai casi di nullità “espressamente” previsti dalla legge.
Tale censura è stata confermata dai giudici costituzionali che – ribadendo come i poteri normativi affidati al legislatore delegato siano circoscritti ad una mera opera di sostanziale trasposizione dei principi e criteri direttivi che risultino puntualmente specificati dalla legge di delega – hanno rimarcato l’incoerenza della distinzione, operata dall’art. 2, primo comma, del D. Lgs. 4 marzo 2015, n. 23, tra le c.d. nullità testuali (che prevedono espressamente la sanzione della nullità, quale conseguenza della violazione) e le c.d. nullità virtuali (non espresse ma riconducibili a categorie di ordine generale), rispetto all’intento del legislatore delegante di sottoporre i licenziamenti nulli tout court alla medesima (e più grave) sanzione reintegratoria.
Ne ha desunto, dunque, la Corte Costituzionale che questo sistema di nullità – frutto dell’evidente travalicamento dei margini di discrezionalità da parte del legislatore delegato nell’escludere l’applicazione della tutela reintegratoria al licenziamento nullo privo di espressa (e testuale) previsione della sanzione della nullità e nell’omettere testualmente la relativa sanzione – ha ingenerato un vuoto normativo in ordine al regime sanzionatorio applicabile alle ipotesi di nullità di ordine generale. Le ipotesi di nullità inespressa, infatti, non risultano altresì riconducibili né alle diverse fattispecie dei licenziamenti privi di giustificato motivo soggettivo e oggettivo di cui all’art. 3 del D.Lgs. 23/2015, né alle ipotesi di vizi formali e procedurali di cui all’art. 4 del medesimo decreto legislativo.
Dalla dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’avverbio “espressamente” della norma oggetto di scrutinio consegue la prescrizione di univocità del regime sanzionatorio applicabile al licenziamento nullo (sia che nella norma imperativa violata ricorra l’espressa sanzione di nullità, sia che non sia testualmente prevista), sempre che la norma imperativa violata prescriva un divieto di licenziamento al ricorrere di determinati presupposti.
Dunque, la recente pronuncia della Corte Costituzionale, destinata ad ampliare la portata della tutela reintegratoria prevista per i lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti (Jobs Act), fornisce maggiore chiarezza non solo in merito all’ipotesi oggetto del giudizio principale, ma altresì di tutte quelle fattispecie di licenziamento nullo significative (quali, ad esempio, il licenziamento in periodo di comporto per malattia in violazione dell’art. 2110 cod. civ., il licenziamento ritorsivo del dipendente che segnala gli illeciti commessi dal datore di lavoro c.d. Whistelblower, riconducibile ai licenziamenti per motivo illecito di cui all’art. 1345 cod. civ., nonché il licenziamento intimato in contrasto con l’art. 4, comma 1, L. n. 146/1990 a tutela dell’esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali), che – in ragione dell’intervento del legislatore delegato tanto esorbitante a livello sostanziale, quanto carente in punto di regime sanzionatorio applicabile – risultano normativamente spogliate di una qualsiasi tutela e, di conseguenza, hanno sinora necessitato dell’opera suppletiva del diritto vivente.