
Quando un licenziamento disciplinare si fonda su accuse di molestie sul luogo di lavoro, l’accertamento dei fatti richiede un’attenta valutazione delle prove e della credibilità delle dichiarazioni rese dalle persone coinvolte.
La sentenza n. 450 del 26 giugno 2026 della Corte d’Appello di Bologna affronta proprio questo tema, chiarendo che la gravità di comportamenti potenzialmente discriminatori o vessatori non può essere presunta, ma deve essere dimostrata attraverso elementi concreti e coerenti. Nel caso esaminato, le accuse di molestie a sfondo omofobo e sessuale non hanno trovato conferma nelle testimonianze raccolte né nelle risultanze del procedimento penale, che hanno invece ricondotto gli episodi a un contesto di goliardia tra colleghi.
La decisione ribadisce che il giudice del lavoro può utilizzare anche gli atti delle indagini penali per ricostruire i fatti, fermo restando il principio del libero apprezzamento delle prove e della necessità di verificare l’effettiva sussistenza delle condotte contestate.
Condividiamo l’approfondimento dell’Avv. Valentina Ruzzenenti, pubblicato su NT+Lavoro, IlSole24Ore: clicca qui
