Parlar latino

Parlar latino

A cura della Redazione Biblioteca


Nel II capitolo del capolavoro di Manzoni, don Abbondio si trova di fronte a un compito ingrato: spiegare a Renzo che il matrimonio con Lucia, fissato per quel giorno, “non s’ha da fare”:

“Sapete voi quanti siano gl’impedimenti dirimenti? […] Error, conditio, votum, cognatio, crimen, cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas, si sis affinis, …” cominciava don Abbondio, contando sulla punta delle dita. “Si piglia gioco di me? ” interruppe il giovine. “Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?”. “Dunque, se non sapete le cose, abbiate pazienza, e rimettetevi a chi le sa”.

Il celebre episodio, dove l’inventiva letteraria si fonde con la verosimiglianza storica in una sequenza più o meno plausibile di precetti di diritto canonico del XVII secolo, è indicativo: il sapere il latino – lingua colta, riservata a una cerchia ristretta e privilegiata – viene rappresentato da Manzoni come una forma di potere e di controllo sociale, e senz’altro è stato così: don Abbondio sa il latino, Renzo invece ne è tagliato fuori e la sua ignoranza lo renderà oggetto di sopruso.

La questione non è così lontana da noi: hanno fatto discutere le recenti indicazioni per la scuola da parte del Ministro Valditara secondo cui alle medie verrà reintrodotto (facoltativo) lo studio del latino (Corriere, 15.1.2025). Sul punto si è alzato, come sempre sul tema scuola, un gran polverone, dove opinioni contrastanti sono state espresse con argomenti a volte condivisibili, spesso ideologizzati. Il latino è ancora un ascensore sociale? è una lingua che dà qualche prestigio, se non potere, o è invece una lingua odiosa, che si deve studiare  senza alcuna utilità?

Senza addentrarsi nei meandri del provvedimento (il problema della scuola, evidentemente, non è “latino sì” o “latino no”, ma la sostenibilità e la qualità del sistema nel suo complesso e a lungo termine) e per comprendere meglio il concetto manzoniano, forse può essere piacevole ricordare alcuni passaggi. Ad esempio, che il latino è stato la lingua dell’Europa quando l’Europa ancora non esisteva. Autori come Dante e Petrarca scrissero opere fondamentali proprio in latino e quando nacque la stampa, a metà del XV secolo, il numero di edizioni in latino – dunque il numero di libri che per la prima volta raggiungevano un pubblico davvero ampio nella regione dell’attuale Europa – era di gran lunga la più imponente: si veda questo bel sito https://www.printingrevolution.eu/.

In che lingua, poi, si leggevano fino a non molto tempo fa i testi di riferimento di medicina, geometria, fisica, diritto? Il Canone del medico musulmano Avicenna, trattato di medicina del X secolo rimasto insuperato per secoli, è stato reso noto in Europa solo grazie alla versione in latino realizzata da Gerardo da Cremona nel XII secolo a partire da una traduzione greca dell’originale arabo; gli Elementi della geometria del greco Euclide (quello sui cui principi abbiamo tutti studiato alle medie, appunto) hanno avuto successo in Europa grazie alle traduzioni latine di XII e XIII sec.

Credits: BSB München

E che dire della rivoluzione scientifica? In che lingua scrisse Copernico il suo De Revolutionibus orbium caelestium, stampato nel 1543 con un bel grafico del nostro sistema, con finalmente il sole al centro? In che lingua Galileo annunciò la scoperta dei satelliti di Saturno, nel suo Sidereus Nuncius, stampato nel 1610 (ne abbiamo parlato qualche tempo fa in questa NL)? E in che lingua Newton descrisse le leggi universali che governano la natura, pubblicando il testo che cambiò per sempre la nostra conoscenza del mondo, i Philosophiae Naturalis Principia Mathematica? Ebbene, questi testi vennero pensati, scritti, letti, discussi in latino, da studiosi di nazionalità diverse che trovavano in questa lingua il loro canale di comunicazione.

Del resto, le leggi e i trattati di pace che nei secoli dell’età moderna continuavano a ridisegnare i confini tra gli Stati europei a sèguito di infinte guerre di potere, quale lingua potevano usare se non il latino? D’altra parte, il latino viene comunemente usato ancora oggi entro le lingue tecniche, da quella medica a quella giuridica (si pensi ai brocardi) a quella botanica, senza dimenticare la lingua della Chiesa cattolica.

Ma, ancora nella prospettiva di dare elementi per una riflessione sul recente provvedimento, andrà menzionato anche un punto di vista completamente diverso. Il latino, infatti, non è sempre stato una lingua elitaria e per pochi: il latino era lingua viva, lingua madre utilizzata in modo unitario per secoli in molte regioni. Non a caso, in alcuni luoghi, come ad esempio in Sicilia, “parlar latino” non significa dire astruserie imperscrutabili, bensì “parlar chiaro”. Si rilegga il grande Camilleri per conferma (es. Il birraio di Preston, Palermo, Sellerio, 1995, p. 42). Del resto, oggi esistono associazioni culturali che insegnano a parlare latino (vd. ad es. https://vivariumnovum.net/it); ci sono molti docenti che optano per una didattica del latino a scuola improntata al cosiddetto metodo Ørberg, che utilizza un approccio “naturale”; in Italia si sta diffondendo la certificazione linguistica del latino, parificata a quella delle lingue moderne, con l’intento di avvicinare la società civile a questa lingua antica, quasi come a un hobby; nelle università, i corsi specialistici di “scienze dell’antichità” sono tra i più amati dagli studenti.

Quale che sia l’iniziativa o il percorso di studi, il fine non sembra quello di voler “risuscitare” una lingua “morta”, ma ricordarci un poco da dove veniamo e goderci tutto il bello della storia.

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