Critiche social, chi rischia il licenziamento

Critiche social, chi rischia il licenziamento
Stefano Trifirò, Corriere Economia – 10/02/2025

 

stefano-trifiro_600x600-01f7fed8La gestione dei rapporti tra datore di lavoro e dipendenti è una sfida sempre più urgente per le imprese, soprattutto di fronte a episodi di insubordinazione che rischiano di minare l’autorità aziendale e possono dare luogo a  sanzioni disciplinari.

“Gli imprenditori – osserva Stefano Trifirò, fondatore dello studio legale Trifirò & Partnersci interpellano sempre più frequentemente su questioni legate ai rapporti di lavoro subordinato, in particolare quando il comportamento del dipendente che si contrappone alle regole rischia di giustificare il licenziamento per insubordinazione”.

Il contenzioso su questi temi, d’altro canto, è aumentato soprattutto nell’era dei social media, che amplificano le tensioni e trasformano episodi interni all’azienda in casi di dominio pubblico, dando alla questione un risalto che potrebbe complicare ulteriormente la situazione. La norma di riferimento, spiega l’avvocato, è l’articolo 2104 del Codice Civile, che impone al lavoratore di attenersi alle direttive impartite dall’azienda e dai superiori. Tuttavia, il confine tra dissenso legittimo e insubordinazione è spesso sottile.

“Un rifiuto espresso senza insulti, ma con toni ostentatamente provocatori e di sfida, può comunque giustificare una sanzione disciplinare adeguata all’infrazione commessa”, illustra Trifirò. E la giurisprudenza si è spinta anche oltre: “In alcuni casi, il licenziamento è stato ritenuto legittimo quando il lavoratore ha diffuso, tramite email aperte e post sui social, messaggi denigratori contro l’azienda, rendendoli visibili alla collettività aziendale”, aggiunge l’avvocato. Ma non basta. Il Tribunale ha confermato la gravità di tali condotte anche quando le critiche sono state espresse attraverso post su Facebook o altre piattaforme, se ritenute offensive e lesive della reputazione aziendale.

Nonostante ciò, il licenziamento non è sempre fondato ( ma stava bene anche convalidato).

“Quando il diritto di critica nei confronti del datore di lavoro o del superiore gerarchico è rimasto nei limiti della verità dei fatti, anche con toni accesi ed espressioni forti, i giudici hanno ritenuto il provvedimento espulsivo  illegittimo”, chiarisce Trifirò.

Esiste, inoltre, una tutela specifica per i dirigenti. “Non può essere compresso il diritto di critica di un manager che, per evitare responsabilità verso la società, esprima nelle sedi appropriate e senza intento pretestuoso la propria dissociazione dalle direttive aziendali. Il concetto di insubordinazione, dunque, varia a seconda del contesto, ma una regola generale resta invariata: il rispetto delle gerarchie, delle regole aziendali e della reputazione dell’impresa è imprescindibile”, conclude Trifirò.

 

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