Il futuro ha una storia da raccontare

Il futuro ha una storia da raccontare

Salvatore Trifirò, 150 anni dell’Ordine degli Avvocati di Milano e l’eredità che parla al domani


 

trifiro_bio-avvocati-1200_0010_salvatore-trifiro-1b4a85c2Ci sono anniversari che celebrano un’istituzione. E poi ci sono anniversari che, senza volerlo, raccontano un Paese. La celebrazione dei 150 anni dell’Ordine degli Avvocati di Milano è stata entrambe le cose. Un rito civile che guarda alla continuità della professione, ma anche una finestra sul futuro della giustizia italiana.

A dare voce a questa prospettiva è stato, fra gli altri,  l’Avv. Salvatore Trifirò: oltre 70 anni di carriera, non come semplice elenco di incarichi, ma come diritto vivente, costruito nelle aule e rimasto nella memoria collettiva. Il suo intervento ha ricordato una verità semplice: il futuro non nasce dal nulla. È un equilibrio sottile tra ciò che siamo stati e ciò che scegliamo di diventare.

 

Una carriera che ha fatto scuola

Prima di entrare nel racconto degli anni più drammatici della Repubblica, Trifirò ha richiamato alcune cause civili che hanno segnato la giurisprudenza italiana.

Nel campo della libertà di informazione, la fine del monopolio RAI e l’apertura alla televisione privata sono passate anche da lì: dal confronto tra Costituzione e realtà sociale.

In materia di successioni e cittadinanza, ha ricordato il primo caso in cui una cittadinanza straniera venne annullata per evitare l’elusione delle norme italiane sulla successione legittima.

Nel diritto di famiglia, la riesumazione finalizzata all’accertamento della paternità naturale ha mostrato quanto il processo civile possa diventare strumento di verità, oltre che di tutela.

Un filo rosso lega questi episodi: quando il diritto incrocia la vita reale, non è mai neutro. E quando un avvocato contribuisce a creare precedenti, sta costruendo pezzi di futuro.

 

Gli anni di piombo nel Palazzo di Giustizia

Poi il discorso ha cambiato ritmo. Fine 1969, autunno caldo, anni di piombo. Milano come epicentro di conflitti sociali e violenza politica. Trifirò entra in quella stagione da civilista prestato al lavoro, ma soprattutto da difensore delle imprese: un ruolo che allora significava esporsi davvero.

Le sue parole restituiscono la materia concreta della paura: persiane abbassate, timore di sequestro, auto blindata, e quella Smith & Wesson portata sotto l’ascella “sperando di non doverla usare mai”.

Il 15 dicembre 1976 resta una data simbolo: mentre lui è a casa per ordine della Digos, il TG annuncia l’uccisione del Maresciallo Sergio Bazzega e del Vice Questore Vittorio Padovani. Con loro muore Walter Alasia, brigatista che lo aveva fotografato in udienza e tracciato la piantina del suo studio.

Capire che la professione è finita “nel mirino” non in senso figurato, ma letterale.

 

Difendere senza arretrare

Eppure Trifirò non arretra. Continua a difendere le aziende, non solo resistendo ai ricorsi, ma reagendo alle condotte violente: chiamando in causa RSA e CUB quando il conflitto supera la soglia di legalità.

Le sue cause collettive al Palazzo di Giustizia sembrano fotografie d’epoca: migliaia di operai, cortei nei corridoi, bandiere, e in alcuni casi guerriglia vera tra dentro e fuori le aule.

È qui che la sua testimonianza vale più di mille analisi storiche: mostra cosa significhi fare l’avvocato quando la toga pesa come una responsabilità pubblica.

 

Il coraggio come metodo

L’episodio del Momus — il locale in Brera gestito da sua moglie Paola — racconta il livello del rischio. Due brigatisti entrano, lo cercano, lo invitano al tavolo. Lui intuisce, passa dalla cucina e fugge. Anni dopo saprà che era un attentato pronto a scattare.

Il punto non è l’aneddoto. È il metodo: restare avvocati anche nella tempesta, senza cedere alla paura e senza trasformare il diritto in militanza.

 

Tradizione e innovazione non sono avversarie

Nel cuore del suo intervento c’è un messaggio per l’avvocatura di oggi: tradizione e innovazione non sono in guerra.

I principi nati in anni difficili — libertà di informazione, diritto del lavoro vivente, confine tra autonomia e subordinazione, gestione dei conflitti collettivi — non sono reperti. Sono fondamenta.

E il futuro della professione non sarà solo tecnologia o nuovi modelli organizzativi. Sarà soprattutto capacità di argomentare nella complessità e di mantenere una postura etica chiara.

 

Un’eredità che parla al domani

In una cerimonia che celebrava un secolo e mezzo di avvocatura milanese, Trifirò ha contribuito a riportare  tutto alla sostanza: la storia dell’Ordine è fatta di persone che hanno attraversato il proprio tempo senza esserne travolte.

Se il futuro ha una storia da raccontare, allora passa anche da qui. Dalla memoria di chi ha tenuto la barra dritta quando farlo costava caro.

E dalla responsabilità di chi oggi, su quelle fondamenta, sceglie di costruire il prossimo tratto di strada.

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