La tastiera è veloce, ma il licenziamento lo è ancora di più: prima di cliccare, pensiamoci due volte.

La tastiera è veloce, ma il licenziamento lo è ancora di più: prima di cliccare, pensiamoci due volte.

Condividiamo la testimonianza dell’Avv. Stefano Trifirò, in qualità di Partner 24 ORE, andata in onda su Il Sole 24 ORE TV domenica 9 Novembre per parlare di social e licenziamento.


Nel nuovo mondo del lavoro digitale, un commento su Facebook, un messaggio su WhatsApp o un’email aziendale possono diventare prove in giudizio o, al contrario, ritorcersi contro chi le utilizza.

Il dovere di obbedienza e correttezza

L’articolo 2104 del codice civile ricorda che il lavoratore deve attenersi alle disposizioni del datore di lavoro e dei suoi collaboratori. Da qui nasce l’obbligo di mantenere, anche sui social, un atteggiamento rispettoso verso l’organizzazione aziendale.

 Sanzioni disciplinari e licenziamento legittimo

Un post sui social con toni di sfida o provocatori può comportare una sanzione disciplinare. La giurisprudenza è arrivata a riconoscere come giustificato il licenziamento per giusta causa nei casi di insubordinazione: quando i toni denigratori o offensivi vengono diffusi via email, su chat collettive o sui profili social e diventano conoscibili da colleghi e responsabili. Anche le offese personali rivolte ai vertici aziendali attraverso Facebook o email aziendali integrano una grave violazione del rapporto fiduciario.

 Licenziamento illegittimo e diritto di critica

Non sempre, però, il datore di lavoro ha ragione. Il licenziamento è stato ritenuto illegittimo nei casi in cui il lavoratore ha esercitato il diritto di critica senza oltrepassare i limiti della cosiddetta “continenza sostanziale”. In altre parole, se i fatti corrispondono al vero, anche un’espressione forte non giustifica la sanzione espulsiva. Lo stesso vale per il dirigente che, in modo serio e non pretestuoso, si dissocia da direttive aziendali nelle sedi opportune per tutelarsi da responsabilità.

 Conclusione

La linea di confine è chiara: ogni affermazione, parola o post non deve arrecare un pregiudizio concreto all’organizzazione aziendale e alla sua immagine. Libertà di espressione sì, ma nel rispetto della verità e dei limiti della correttezza.

 

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